
Negli ultimi anni il dibattito sull’appropriazione culturale ha assunto un ruolo sempre più centrale nel mondo della moda, mettendo in crisi l’idea della creatività come spazio neutro e illimitato. Ad interrogare in modo radicale queste dinamiche è Michela Bonafoni, docente universitaria e ricercatrice che lavora sull’intersezione tra moda, sociologia, politica ed attualità. Da anni il suo lavoro si concentra su come il fashion system produca immaginari e gerarchie di potere attraverso le immagini, i corpi e le narrazioni che diffonde.

Il problema dell’appropriazione culturale non può essere ridotto a una questione di gusto o di correttezza formale, afferma la docente. Come emerge chiaramente dalle sue riflessioni, “il confine non è estetico, bensì relazionale e politico.”
Non riguarda semplicemente cosa viene utilizzato, bensì il modo in cui avviene il riferimento, chi lo compie e quali effetti produce sulla cultura coinvolta. In altre parole, il brand non fonda un rapporto con la cultura a cui si sta ispirando, ma attua solo un illegittimo prelievo che causa la mera estetizzazione della cultura in questione.
Quando, invece, il riferimento culturale nasce da una relazione, implica “tempo, ascolto, collaborazione e responsabilità. Non si tratta di “citare” una cultura, ma di riconoscerla come un sistema vivo di significati, pratiche e relazioni, spesso legato a storie di marginalizzazione. In questi casi, il brand o il designer accetta di non essere al centro: condivide decisioni, credito simbolico e valore economico, lasciando alla cultura di riferimento la possibilità di negoziare o persino rifiutare la collaborazione. È questa, secondo la docente, la condizione in cui si può parlare di un riferimento consapevole.

L’appropriazione culturale si manifesta quando una cultura viene trattata come un archivio visivo da cui estrarre elementi, separandoli dal loro contesto e riutilizzandoli senza alcuna restituzione. In questa dinamica, osserva Bonafoni, la relazione è strutturalmente sbilanciata: chi prende possiede potere, visibilità e profitto, mentre il soggetto estetizzante resta invisibile e non ha alcun beneficio economico. Il risultato non è uno scambio, ma una semplificazione che trasforma una cultura complessa in uno stereotipo facilmente consumabile. Un altro nodo critico riguarda la pratica, molto diffusa, di rendere le estetiche non occidentali “adatte” al mercato globale. Bonafoni racchiude questo concetto dicendo che stiamo andando sempre più nella direzione in cui “il mercato globale coincide con lo sguardo occidentale.” In altre parole, ciò che viene considerato universale o vendibile coincide spesso con il gusto dei paesi dominanti che si presenta come neutro. “Le altre estetiche, per circolare, devono essere filtrate, addomesticate, rese leggibili secondo codici dominanti,” come spiega la docente. In questo processo si perde complessità, e la cultura viene tristemente ridotta a stile, decorazione e prodotto.
Anche il coinvolgimento di consulenti culturali, sempre più frequente nell’ambito della moda, non è di per sé sufficiente e risolutivo se volto a essere una figura simbolica. Bonafoni mette in guardia dal rischio di tokenismo, che si verifica quando queste figure vengono coinvolte a progetto già definito, senza reale potere decisionale. In questi casi, la presenza di una voce interna alla cultura serve a legittimare il progetto, ma non ne modifica le strutture. La differenza tra coinvolgimento autentico e operazione simbolica, spiega, sta nel livello di reale partecipazione e possibilità di intervento.
A questo punto è interessante capire come la situazione sta evolvendo negli ultimi decenni. Nel 1998, John Galliano propose l’iconica collezione Diorient Express per Dior dove mescolava riferimenti a diverse culture asiatiche senza distinzioni. Nonostante fosse una collezione estremamente criticabile, all’epoca fu accolta come un’operazione visionaria. Questo giudizio fu probabilmente legato alla diffusa percezione del designer-genio spesso attribuita agli stilisti, figure considerate intoccabili nelle loro scelte artistiche.

Oggi una collezione simile sarebbe quasi certamente travolta da ondate di disapprovazione, questo significa che c’è un mutamento di sensibilità rispetto al passato. Negli anni Novanta mancava una grammatica condivisa per nominare l’appropriazione culturale, e che la narrazione della moda era quasi interamente prodotta da voci occidentali istituzionali. Attualmente, grazie ai social media, le comunità direttamente chiamate in causa possono rispondere, criticare e rifiutare le rappresentazioni che le riguardano. Le piattaforme online, in questo senso, hanno trasformato il fashion system da spazio verticale di autorità a spazio orizzontale di negoziazione. Come sottolinea Bonafoni, oggi una collezione viene valutata non solo per ciò che vuole dire, ma per ciò che produce nel mondo.
Alla domanda quale dovrebbe essere la priorità per affrontare seriamente il tema dell’appropriazione culturale, la risposta della docente è netta: più che affinare il linguaggio dell’inclusione, la moda dovrebbe ripensare la distribuzione del potere. Riconoscere le culture come soggetti e non come archivi implica cambiare chi prende decisioni, chi controlla la narrazione e chi beneficia del valore generato. Senza questo spostamento strutturale, anche le pratiche più consapevoli rischiano di restare superficiali.
Nel lavoro con le nuove generazioni, la professoressa si definisce “cautamente ottimista.” Nelle aule universitarie osserva studenti sempre più attenti alla propria posizione, al processo e alle relazioni che costruiscono attraverso il progetto. Tuttavia, resta consapevole dello scarto tra questa sensibilità e un sistema professionale che continua a premiare velocità, semplificazione e sommarietà.


Forse, come suggerisce la sua riflessione, il cambiamento non avverrà attraverso gesti eclatanti, ma attraverso una diversa postura creativa: meno orientata al diritto di prendere ed estrarre, più attenta alla responsabilità di relazionarsi. In un sistema in cui anche la cultura è diventata marketing, riconoscerne la profondità e le sue contraddizioni significa, prima di tutto, accettare di rinunciare a risposte facili ed estetiche stereotipate, riconoscendo che ogni atto creativo è sempre una presa di posizione.
