19 Febbraio 2026

  • Editoria

di Ada Maria Francesca Romeo

Appropriazione culturale nella moda: gerarchie nascoste

Intervista con Michela Bonafoni sulle cause, gli effetti e le prospettive future.

Negli ultimi anni il dibattito sull’appropriazione culturale ha assunto un ruolo sempre più centrale  nel mondo della moda, mettendo in crisi l’idea della creatività come spazio neutro e illimitato. Ad interrogare in modo radicale queste dinamiche è Michela Bonafoni, docente universitaria e  ricercatrice che lavora sull’intersezione tra moda, sociologia, politica ed attualità. Da anni il suo  lavoro si concentra su come il fashion system produca immaginari e gerarchie di potere attraverso le  immagini, i corpi e le narrazioni che diffonde. 

Il problema dell’appropriazione culturale non può essere ridotto a una questione di gusto o di correttezza formale, afferma la docente. Come emerge chiaramente dalle sue riflessioni, “il confine non è estetico, bensì relazionale e politico.”

Non riguarda semplicemente cosa viene utilizzato, bensì il  modo in cui avviene il riferimento, chi lo compie e quali effetti produce sulla cultura coinvolta. In  altre parole, il brand non fonda un rapporto con la cultura a cui si sta ispirando, ma attua solo un  illegittimo prelievo che causa la mera estetizzazione della cultura in questione. 

Quando, invece, il riferimento culturale nasce da una relazione,  implica “tempo,  ascolto, collaborazione e responsabilità. Non si tratta di “citare” una cultura, ma di riconoscerla  come un sistema vivo di significati, pratiche e relazioni, spesso legato a storie di marginalizzazione. In questi casi, il brand o il designer accetta di non essere al centro: condivide decisioni, credito simbolico e valore economico, lasciando alla cultura di riferimento la possibilità di negoziare o  persino rifiutare la collaborazione. È questa, secondo la docente, la condizione in cui si può parlare  di un riferimento consapevole. 

L’appropriazione culturale si manifesta quando una cultura viene trattata come un archivio visivo  da cui estrarre elementi, separandoli dal loro contesto e riutilizzandoli senza alcuna restituzione. In questa dinamica, osserva Bonafoni, la relazione è strutturalmente sbilanciata: chi prende possiede  potere, visibilità e profitto, mentre il soggetto estetizzante resta invisibile e non ha alcun beneficio  economico. Il risultato non è uno scambio, ma una semplificazione che trasforma una cultura  complessa in uno stereotipo facilmente consumabile. Un altro nodo critico riguarda la pratica, molto diffusa, di rendere le estetiche non occidentali  “adatte” al mercato globale. Bonafoni racchiude questo concetto dicendo che stiamo andando  sempre più nella direzione in cui “il mercato globale coincide con lo sguardo occidentale.” In altre  parole, ciò che viene considerato universale o vendibile coincide spesso con il gusto dei paesi dominanti che si presenta come neutro. “Le altre estetiche, per circolare, devono essere filtrate,  addomesticate, rese leggibili secondo codici dominanti,” come spiega la docente. In questo processo  si perde complessità, e la cultura viene tristemente ridotta a stile, decorazione e prodotto. 

Anche il coinvolgimento di consulenti culturali, sempre più frequente nell’ambito della moda, non è  di per sé sufficiente e risolutivo se volto a essere una figura simbolica. Bonafoni mette in guardia  dal rischio di tokenismo, che si verifica quando queste figure vengono coinvolte a progetto già  definito, senza reale potere decisionale. In questi casi, la presenza di una voce interna alla cultura  serve a legittimare il progetto, ma non ne modifica le strutture. La differenza tra coinvolgimento  autentico e operazione simbolica, spiega, sta nel livello di reale partecipazione e possibilità di  intervento. 

A questo punto è interessante capire come la situazione sta evolvendo negli ultimi decenni. Nel  1998, John Galliano propose l’iconica collezione Diorient Express per Dior dove mescolava  riferimenti a diverse culture asiatiche senza distinzioni. Nonostante fosse una collezione  estremamente criticabile, all’epoca fu accolta come un’operazione visionaria. Questo giudizio fu probabilmente legato alla diffusa percezione del designer-genio spesso attribuita agli stilisti, figure considerate intoccabili nelle loro scelte artistiche. 

Oggi una collezione simile sarebbe quasi certamente travolta da ondate di disapprovazione, questo significa che c’è un mutamento di sensibilità rispetto al passato. Negli anni  Novanta mancava una grammatica condivisa per nominare l’appropriazione culturale, e che la  narrazione della moda era quasi interamente prodotta da voci occidentali istituzionali.  Attualmente, grazie ai social media, le comunità direttamente chiamate in causa possono  rispondere, criticare e rifiutare le rappresentazioni che le riguardano. Le piattaforme online, in  questo senso, hanno trasformato il fashion system da spazio verticale di autorità a spazio orizzontale  di negoziazione. Come sottolinea Bonafoni, oggi una collezione viene valutata non solo per ciò che  vuole dire, ma per ciò che produce nel mondo. 

Alla domanda quale dovrebbe essere la priorità per affrontare seriamente il tema  dell’appropriazione culturale, la risposta della docente è netta: più che affinare il linguaggio  dell’inclusione, la moda dovrebbe ripensare la distribuzione del potere. Riconoscere le culture  come soggetti e non come archivi implica cambiare chi prende decisioni, chi controlla la narrazione  e chi beneficia del valore generato. Senza questo spostamento strutturale, anche le pratiche più  consapevoli rischiano di restare superficiali. 

Nel lavoro con le nuove generazioni, la professoressa si definisce “cautamente ottimista.”  Nelle aule universitarie osserva studenti sempre più attenti alla propria posizione, al processo e alle  relazioni che costruiscono attraverso il progetto. Tuttavia, resta consapevole dello scarto tra questa  sensibilità e un sistema professionale che continua a premiare velocità, semplificazione e  sommarietà.

Forse, come suggerisce la sua riflessione, il cambiamento non avverrà attraverso gesti eclatanti, ma  attraverso una diversa postura creativa: meno orientata al diritto di prendere ed estrarre, più attenta  alla responsabilità di relazionarsi. In un sistema in cui anche la cultura è diventata marketing,  riconoscerne la profondità e le sue contraddizioni significa, prima di tutto, accettare di rinunciare a  risposte facili ed estetiche stereotipate, riconoscendo che ogni atto creativo è sempre una presa di  posizione. 

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19 Febbraio 2026

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