Ci troviamo alla London College of Print, e due studenti – il diciottenne Jefferson Hack, e Rankin Wadell che all’epoca ne aveva ventitre – con una semplice telefonata decidono di lavorare insieme ad Untitled, il giornalino studentesco.
L’era Tatcher è appena terminata e l’Inghilterra torna a respirare l’aria di ottimismo che aveva caratterizzato la Swinging London degli anni ’60. Spopola il Brit Pop e finalmente la cultura giovanile inglese torna di nuovo a fiorire.
In questo contesto Hack e Rankin iniziano a lavorare alla rivista, trasformandola rapidamente in una zine. E’ il 1991 ed in formato A2 la sua prima issue recitava:
«Questa non è una rivista. Questa non è una cospirazione per inculcare opinioni nel subconscio dei giovani alla moda. Sta nascendo una cultura del tempo libero sintetica – persone di plastica nutrite a forza con intrattenimento in scatola e cibo firmato. Sei pronto per essere Dazed & Confused? Sballati con l’ossigeno! Queste sono idee urbane per persone creative. Persone che vogliono leggere… qualcos’altro.»


Il cambio di titolo in Dazed & Confused , ispirato ad una canzone dei Led Zeppelin, riflette la volontà di infrangere l’immaginario patinato degli anni ’80, segnato della propensione dei mass-media a rappresentare la cultura e l’identità in modo banale e stereotipato. Evidente era però soprattutto il voler andare controcorrente rispetto all’elitismo di molte riviste, che dipingevano una realtà artefatta, vendendo sogni ed emozioni che alla maggior parte delle persone risultavano confusionari.


«Volevamo che fosse un antimagazine» dichiara Hack in un’intervista, cosa aspettarsi d’altronde da due ragazzi figli di un’epoca influenzata dal punk e dalla cultura DIY. Dominava l’idea di non-professionalità, del non dover necessariamente provenire da una posizione di autorità per dare vita a qualcosa.
Si difendeva la convinzione di poter creare liberamente con ciò che si aveva intorno, anche attraverso il materiale meno costoso: l’importante era applicarlo in modo positivo ed avere uno scopo che andasse oltre la semplice estetica.


Jefferson come editor e Rankin alla fotografia. Entrambi abbandonano gli studi per dedicarsi interamente alla rivista. E’ con il clubbing che riescono a finanziare il progetto, ma non solo, il nightclub è anche il luogo per eccellenza in cui incontreranno i loro futuri collaboratori. Katie Grand è una di questi: si unisce rapidamente al duo per occuparsi dello styling. Lei, come in seguito succederà per Katy England, Alister Mackie, Cathy Edwards e tanti altri, fa parte di quella cerchia di creativi la cui carriera iniziò proprio da Dazed and Confused.
Così, da una scrivania improvvisata sul lavello della cucina di un caotico ufficio di Soho inizia l’avventura di un magazine che non solo documenta il fervore artistico della Cool Britannia ma che quel movimento contribuisce anche a plasmarlo.
Tenendo Oz Magazine ed Interview come riviste d’ispirazione, le pagine di Dazed and Confused catturano lo spirito del tempo dando voce, attraverso i suoi scatti, al cuore pulsante della scena artistica emergente di Londra. Da Bono agli Oasis, dai fratelli Chapman a Damien Hirst. Sostenendo i nuovi talenti si lanciava un messaggio chiaro: si raggiungono gli obbiettivi solo se si crede in sé stessi.


Ma Dazed non è solo questo. E’ anche la storia di un magazine che ha avuto l’intuizione di fare delle questioni sociali e dei discorsi sulla diversità il fulcro della narrazione, anche a costo di doversi poi difendere da pesanti accuse — si veda ad esempio la denuncia del presidente Bill Clinton che, nel maggio 1997, attaccava la rivista di promuovere l’heroin chic.
Tra gli editoriali da segnare c’è l’editoriale Salò, del Settembre 2001, una critica al consumismo dei nostri tempi; la cover First Blood, che suscitò gli interessi della British Blood Transfusion Society per aver incoraggiato la donazione del sangue oppure l’issue One in Ten in cui si rendono protagoniste donne sopravvissute al cancro al seno, portando il lettore a riflettere sui preconcetti legati all’idea di bellezza.

I founder del magazine citano tra le issues più memorabili Fashion-Able, curata da Alexander McQueen ed ispirata alla sua runway SS99 ‘No.13’. In copertina, fotografata da Nick Knight e con lo styling di Katy England, per la prima volta appare infatti una campionessa paralimpica, Aimee Mullins, che mette in discussione le classiche nozioni di body image sottolineando che la bellezza va trovata nella differenza e nell’individualità.
Questa stessa forza di pensiero apre il secondo millennio con l’issue Feel It – 8 Kisses for 8 Covers”: otto scatti di cui il più famoso rimarrà quello del bacio di due ragazzi in felpe scolorite, uniti tra di loro da collane intrecciate insieme. Da non scordare neanche il South Africa Issue nel luglio 2004 dedicato ai dieci anni dalla fine dell’apartheid, in cui si ritraggono i creativi del cinema, dell’arte, della musica e della moda le cui carriere hanno potuto fiorire grazie al nuovo ordine stabilito dal primo presidente sudafricano post-apartheid, Nelson Mandela.

Per citarne un’altra, arriviamo fino alla SS 2018, in cui vediamo Vivienne Westwood ritratta insieme alla nuova generazione di artisti, attivisti e studenti.
“Non si è mai trattato di documentare o fotografare la cultura, la stavamo creando”, ed in questo Rankin aveva veramente ragione.
La forza del progetto non è stata solo quella di rispecchiare la realtà che si stava vivendo ma allo stesso tempo, grazie alla fotografia ed alle interviste, di sovvertire i tabù di quella stessa realtà.

Nel corso del tempo, vari sono stati i cambiamenti adottati dal magazine, dal nome accorciato in Dazed, per dare più coerenza tra la stampa ed il digitale, alla scelta di pubblicazione quattro volte l’anno, contando anche gli ulteriori progetti nati dalla rivista, come AnOther Magazine – allora inserto dello stesso Dazed and Confused – Dazed Beauty, NOWNESS adesso tutti gestiti dal gruppo media indipendente Dazed Media.
Vari editor hanno occupato la scrivania del magazine, e molti continuano ad essere gli artisti emergenti e non, che con la loro creatività continuando a costruire l’identità del magazine. Nessuno di loro però sembra aver perso il focus su ciò che era il manifesto iniziale di 34 anni fa: essere consapevoli di avere una responsabilità dei confronti dei lettori, che anche una voce che parla attraverso le immagini può riuscire a combattere gli stereotipi.