E’ la fine del 1969 e un provocatorio ritratto di Agnes Varda e il cast del suo Lions Love fa da copertina alla prima issue di inter/VIEW: A Monthly Film Journal, aprendo la strada a una serie di cover iconiche che da lì in poi sarebbero seguite.
Co-fondata a New York da Andy Warhol e dal giornalista John Wilcock come un mensile di critica cinematografica, la rivista nasce inizialmente come un escamotage per accedere alle premiere ed altri eventi cinematografici ai quali i due venivano respinti.
Era un’epoca di grande mobilità sociale che seguiva le rivoluzioni culturali e sessuali degli anni precedenti, un momento straordinario per il cinema, l’arte e la moda, arti che si contaminavano a vicenda. “Sentivo che mancasse una rivista dal tono leggero e conversazionale” afferma Andy Warhol in un’intervista.
La sua ossessione per la fama e il potere dei media lo porta a trasformare rapidamente il magazine in un’occhio focalizzato sulla pop culture.

Proprio in questi anni l’immagine di Hollywood inizia a essere plasmata dai blockbuster e dai paparazzi. Film come Il Padrino, Star Wars e La Febbre del Sabato Sera affollavano i cinema del mondo mentre gli Hollywood Hideaway diventano i rifugi per eccellenza lontano da occhi indiscreti per star come Jackie O, Cher e David Bowie.
Tutto sembrava così fresco e nuovo: un periodo edonistico, di boom economico, proteste e nuove libertà delle new generation di allora. L’intersezione tra le arti stava trasformando l’industria cinematografica ed Interview era il concept perfetto per testimoniare tutto ciò: con il suo formato non convenzionale, era un riflesso drastico di quest’epoca.
Se gli altri erano in cerca di scandali internazionali, intrighi e brutte notizie, Interview – riprendendo le parole di Colacello, storico collaboratore del magazine – «era schierato con il glamour».
Inclusività e politicamente corretto non erano vocaboli particolarmente in voga al tempo, al contrario un nuovo tipo di esclusività si stava affermando: un cognome illustre o l’old money non erano sufficienti per entrare tra le opulenti pagine di Interview, la ricchezza era importante ma bisognava essere cool, intelligenti e avere spirito.

Come trovavano quindi i protagonisti per le loro pagine? Warhol e Wilcock erano celebri per operare nella luccicante scena sociale newyorkese, tra luci soffuse e sfere da discoteca. Grazie al The Factory e lo Studio 54, entrambi famosi per le loro feste edonistiche e spudorate, attiravano il meglio della scena underground. Così i volti di registi, attrici e scrittori si alternavano a quelli di stilisti, politici e cantanti animando di volta in volta i leggendari numeri del magazine.
Con il giusto disincanto, Interview si fa pioniere di un glamour d’avanguardia. Riesce perfettamente in quest’impresa coinvolgendo gli artisti nell’arte della conversazione, rifiutando però una narrazione artefatta. Il registratore rigorosamente sempre accesso, i dialoghi poco editati, le esitazioni e le pause non omesse, diventano rapidamente i trademarks del magazine.


Accade quindi che il formato botta e risposta si trasforma con disinvoltura in una sorta di confessione, offrendo ai propri lettori uno sguardo intimo sulla vita delle celebrities che stavano plasmando lo spirito del tempo. I famosi dialoghi “tra celebrità” amplificano ancora oggi questa formula. L’intervista non per elogiare o screditare l’intervistato ma come mezzo per trasformare nomi già noti o che lo sarebbero stati in esseri umani, offrendo una dimensione che sfumasse tra la persona pubblica e quella privata.

Sarà l’impronta inconfondibile dei ritratti delle icone in copertina, come Grace Jones, David Bowie, Diana Vreeland, Michael Jackson e tanti altri, a contribuire a fare di Interview un vero e proprio oggetto d’arte degno del suo fondatore. Tutto merito di Richard F. Bernstein che dal 1972 fino al 1989 collaborò con la rivista dipingendo con pastelli vivaci sopra le fotografie di celebrità. Il magazine regalandoci una nuova forma di autenticità, riesce ad affermarsi negli anni come una delle pietre miliari dell’editoria di moda, tanto da essere soprannominata “The Crystal Ball Of Pop”.

Dopo la morte di Warhol nel 1987, fu la critica culturale Ingrid Sischy a prendere le redini del magazine fino al 2008, periodo in cui Interview, pur adottando uno stile più convenzionale si consolida come una pubblicazione incentrata sullo star system, in cui la fama era il corpus principale da esplorare.
Anche sotto il suo mandato come caporedattrice abbiamo assistito ad alcuni dei momenti più iconici: il celebre gesto di Madonna nel 1990; un giovane Leonardo DiCaprio fotografato da Bruce Weber nel 1992; o Elizabeth Taylor in un design pop art nel 2007.

Un’intelligenza creativa la sua, che permise ad Interview di offrire la sua platform al talento di numerosi artisti: da Herb Ritts, che realizzò molte delle copertine più celebri, ad Alexander McQueen, di cui fu una delle prime sostenitrici, passando ad attori come Chloë Sevigny, Nicole Kidman o Ryan Gosling.

E’ nel Maggio 2018 che il magazine soffre un’interruzione della pubblicazione sia cartacea che virtuale a causa di problemi finanziari, controversie legali ed accuse di molestie sessuali verso l’editor del momento, Karl Templer. Nell’autunno dello stesso anno, riesce ad essere salvato dalla bancarotta e ritornare sul mercato con la sua 521esima issue.
Oggi Interview continua ad essere fedele all’eredità del suo fondatore, riuscendo a captare nel suo radar chiunque riesca a spiccare nell’eterogeneità della cultura pop contemporanea. La disinvoltura è ancora la chiave con cui si relaziona con le celebrità, l’arte e la moda, offrendo tutt’ora un punto di vista sincero e autentico.