
Nel mondo della moda di oggi, tutto passa per i social. È lì che si costruiscono carriere, si giudicano collezioni, e si decretano successi o fallimenti. Le passerelle resistono, ma il vero palco è diventato lo schermo. Instagram e TikTok non sono più solo vetrine virtuali, ma vere e proprie arene in cui milioni di persone esercitano un potere di giudizio immediato – spesso ferocemente spietato.
Protetti dall’anonimato, molti di coloro che giudicano dimenticano che dietro quei profili ci sono persone reali, giovani creativi che cercano di costruire la propria identità in un settore già di per sé competitivo e spaventoso. Per chi subisce le critiche, le conseguenze psicologiche possono essere profonde, come il senso di vergogna, la necessità di autocensurarsi e la perdita di fiducia in sé stessi.

“Non è facile separare il giudizio sul lavoro da quello sulla persona,” racconta Luigi Bonincontro, siciliano, classe 2004, studente di fashion design dello IED di Milano. “Ma credo che l’artista debba imparare a filtrare. Non devi piacere a tutti, devi trovare chi capisce il tuo linguaggio”.
Bonincontro ha un approccio al design fondato sul rigore geometrico e sull’equilibrio tra forme e volumi, una fusione tra architettura e arti figurative. Fin da adolescente ha condiviso le sue creazioni online — non per esibirsi, ma per condividere una passione. Racconta che all’inizio nascondeva le imperfezioni per far sì che sui social tutto apparisse perfetto, “oggi ho cambiato prospettiva: ho capito che proprio quegli “errori” fanno parte del percorso. Sono il segno di un’evoluzione, di una mano che cresce e impara. Le imperfezioni raccontano più della perfezione stessa, perché mostrano il processo dietro l’opera”.

Sicuramente questa è una mentalità vincente, ma non sempre si ha la resilienza giusta per mettere in pratica queste parole. Per chi muove i primi passi nel fashion system, la linea tra sé e lo sguardo degli altri è sottilissima. La paura di essere giudicati condiziona inevitabilmente l’essere umano.
Pubblicare qualcosa di troppo personale, troppo diverso, troppo “fuori dagli schemi” può trasformarsi in una tempesta di critiche. Così, il desiderio di piacere finisce per soffocare la voglia di sperimentare. Questo comporta un processo di omologazione: per non essere criticati, ci si conforma alle regole dettate dall’algoritmo.
Vi immaginate Cristóbal Balenciaga o Martin Margiela che, giovanissimi, postano i loro bozzetti su TikTok? Chissà se avrebbero riscosso successo o se sarebbero stati attaccati con commenti come “questa non è moda”. Eppure, è proprio da quella diversità coraggiosa che la moda è sempre rinata.
“È un ambiente competitivo, e bisogna essere pronti, autentici e consapevoli di ciò che si vuole comunicare,” spiega Giulia Gagliardi, 25 anni, nata in Calabria e laureata in fashion design allo IED di Roma.
Alla base dei suoi lavori c’è la ricercatezza di filati particolari che si intrecciano alla ricerca di forme organiche ed armoniose. Dopo la laurea, Gagliardi ha iniziato a condividere i suoi progetti in un gesto spontaneo di affermazione del suo stile – “questo è il mio progetto, che piaccia o no, queste sono le mie idee”.
E la sua autenticità è stata premiata: “da lì sono arrivate collaborazioni con artisti, fotografi e magazine, dove molti di loro hanno voluto utilizzare i miei capi per i loro lavori”.
Il suo approccio è quello di usare i social come espressione di sé. “In questo campo non puoi temere nessuno. Se i tuoi capi rappresentano davvero chi sei e ciò che vuoi trasmettere, il giudizio del pubblico fa semplicemente parte del percorso”.

Aldilà di quanto si può essere bravi nella comunicazione dei propri progetti, il rischio è anche quello di finire nei feed delle persone sbagliate. Elena Azeglio, 23 anni, nata a Viterbo e laureata in fashion design al Polimoda di Firenze, sottolinea quanto è importante considerare anche il modo in cui i designer pubblicano i loro lavori.
“Nel momento storico in cui ci troviamo, emergere senza social è difficile,” spiega Azeglio, “dipende sempre, però, dall’approccio che il designer vuole avere e da quanto vuole esporsi, rischiando quindi di attirare anche un pubblico non necessariamente interessato al suo lavoro per la sua qualità ma per quanto le sue creazioni siano di tendenza”.
È il paradosso contemporaneo: più un designer si espone, più rischia di perdere autenticità. Bonincontro lo riassume con lucidità: “oggi la moda non è più solo nelle boutique o sulle passerelle, ma dentro i nostri feed. È lì che le idee prendono forma, vengono giudicate, dimenticate o rese virali in poche ore. Oggi perfino la spontaneità è pianificata, essere autentici è diventato un atto quasi strategico”.
E allora, cosa resta della libertà creativa quando tutto è sotto osservazione? Forse, la vera sfida per i designer emergenti non è più solo scegliere i tessuti e disegnare abiti, ma costruire una resilienza emotiva. La chiave per la sopravvivenza nell’era dei social media è accettare di non piacere a tutti, sopportare il peso del giudizio e trasformarlo in stimolo creativo.
Anzi, bisogna imparare a cogliere il lato positivo anche tra le critiche, come Gagliardi spiega, “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli perché è così che il tuo lavoro inizia a vivere davvero, arrivando alle persone e suscitando emozioni”.


Come ci ricorda Azeglio, “non bisogna rimuginare su ciò che gli altri commentano o pensano dei tuoi lavori, perché solo chi li ha realizzati sa quanto lavoro e quali esperienze personali ci sono dietro una determinata creazione”.
Perché la moda, per rinascere, deve tornare a essere un atto di coraggio.
Come dice Bonincontro, “In un mondo dove tutto sembra già visto, l’unico gesto davvero rivoluzionario è essere sé stessi, senza chiedere il permesso a nessuno”.
In fondo, la moda al giorno d’oggi è un dialogo tra la percezione che abbiamo di noi stessi e le aspettative degli altri. La pressione costante dello sguardo altrui trasforma ogni scelta creativa in una prova di autodeterminazione e consapevolezza del proprio valore. In un mondo in cui la fiducia in sé stessi conta quanto – se non di più – le capacità tecniche, è necessario saper apparire oltre che creare. Nella giungla di giudizi, la creatività che osa rimanere libera sarà vincente.
