08 Aprile 2022

  • Creative Direction  
  • Vintage Expert
  • Moda

di Eleonora Gaspari

RICICLO CREATIVO

"Il riciclo io lo chiamo down-cycling. Quello che ci serve è l’up-cycling, grazie al quale ai vecchi prodotti viene dato un valore maggiore, e non minore." Queste sono le parole di Reiner Pilz, un ingegnere meccanico tedesco che nel 1994 parla per la prima volta di up-cycling. Termine che, negli ultimi anni, si è trasformato in un vero e proprio trend di moda sostenibile, di cui è necessario far chiarezza per comprenderne nel profondo il concetto.

@garbagecore

È vero che il modello dell’upcycling riutilizza i vestiti già esistenti, ma l’elemento fondamentale perché si possa parlare di upcycling è che i vestiti vengano modificati e migliorati raggiungendo un valore aggiunto rispetto al capo di partenza. “L’upcycling, a differenza del riciclo, non prevede la distruzione del capo/oggetto di partenza. Mantiene l’anima e base preesistente per creare qualcosa con un nuovo sapore, frutto spesso della combinazione di più capi insieme, moltiplicando e sottraendo le forme e i materiali in una logica di ridefinizione del canone estetico di partenza.” Diego Manfreda, docente ed Advisor Leader del Triennio in Fashion Design presso il NABA di Roma, ci parla di questo trend in espansione.

@atelierflorania

In realtà definisce l’upcycling come “un’evoluzione del second hand”, un’alternativa al riciclo, down-cycling in inglese, che prevede il riutilizzo creativo di capi altrimenti destinati al macero.

Up” quindi, nel senso di donare una nuova vita, in una logica di re-design, attraverso la trasformazione delle forme o l’intervento decorativo. I capi dismessi diventano, nelle mani dei designer, materia da plasmare, mixare e reinventare, mantenendo un legame “pre-loved” che appartiene appunto al mondo del Vintage, senza però la salvaguardia della fedeltà dell’originale a tutti i costi. Attraverso quindi il ri-uso e la creatività, capi vintage, ma anche pezze e dead-stock, vivono infatti una nuova vita, modificata in virtù dello stile che vogliamo dargli.

@atelierflorania

Dopo la pandemia, i capi invenduti hanno raggiunto numeri esorbitanti, scorte in eccesso stimato tra i 140 e 160 miliardi di euro, più del doppio della media, capi che normalmente finiscono negli inceneritori, incrementando ovviamente l’inquinamento. Con il lockdown la percezione che abbiamo del mondo è cambiata. La sensibilità personale a fenomeni come l’inquinamento, l’ecosostenibilità sono diventati rilevanti nella vita di ogni singola persona.  “Sicuramente la pandemia ci ha messo davanti ad una consapevolezza che il pianeta su cui viviamo è qualcosa di complesso e potente” afferma Diego “i negozi erano chiusi e gli armadi diventavano un luogo dove rifugiarsi nei pomeriggi di noia. La verità è che gli ultimi eventi ci hanno reso sempre più coscienti che la velocità con cui consumiamo è un po’ malsana, che certe volte trovare il modo divertente di riutilizzare qualcosa è più interessante che comprarne di nuove. Altrettanto, durante i mesi di contingentamento domestico, tanti hanno approfittato per svuotare l’armadio da ciò che non si utilizzava più; tutto quello scarto è diventato humus prezioso per i designer di upcycling.’’ 

@atelierflorania

Upcycling si impone così come uno dei cinque modelli dell’economia circolare, il cui obiettivo è contrastare il consumismo e la sovrapproduzione del fast fashion ed incentivare il riuso di ciò che è già stato prodotto attraverso la creatività. Secondo Diego, la moda circolare oggi è purtroppo ancora un’utopia, questo perché l’industria produce un quantitativo sproporzionato di abiti, la maggior parte dei quali non avrà mai un proprietario per la logica dei grandi numeri. “L’esperienza dell’upcycling lancia un segnale, in un certo modo gioioso, allontanando un pochino lo spettro dell’equazione nasci-consuma-crepa. Il mercato non si alimenta da solo, ogni consumatore contribuisce a questo cortocircuito che ha portato ad aumentare la vendita di abbigliamento del 60% in 15 anni. Ognuno di noi dovrebbe consapevolmente ridurre questo fenomeno, regalando un tempo più lungo di vita ai propri vestiti, sia con l’upcycling che senza.”

@annagalaganenko

Abbiamo inoltre chiesto a Diego di menzionarci brand da tenere d’occhio che si fondino sulle tecniche upcycling. La lista sarebbe lunghissima” sostiene Diego tanti i progetti DIY nati quasi per caso e diventati piccoli o meno fenomeni sui social. Da pionieri come Collina Strada, a vere arty star tipo Nicole McLaughlin, preferisco segnalare due progetti di giovanissimi italiani: Garbage Core di Giuditta Tanzi, estetica cyber punk, tante manipolazioni tessili ed un gusto spregiudicato per la ricerca sia nelle forme che nei materiali. Poi il progetto Florania, un collettivo di guerilla designers, come si definiscono; uno spasso al confine tra upcycling e de-couture. In aggiunta, da tenere sempre sotto controllo, Ancuta Sarca, designer rumena che crea calzature divertentissime da vecchie sneakers.”

@vitelli_official

GARBAGE CORE nasce nel 2019 per mano di Giuditta Tanzi, fashion designer parmense che, dopo essersi trasferita a Milano e aver studiato Fashion Design alla NABA, decide di sposare un progetto creativo fondato sull’estetica postmoderna dell’upcycling. La ricerca, quella portata avanti da Giuditta recuperando capi usati da mercati, negozi second-hand e armadi di amici e familiari, si unisce alla sperimentazione, attraverso la quale dà vita a nuove creazioni, pezzi unici e per questo speciali, materializzazione di quella che lei stessa definisce Wearable Art.

Uno dei principali motivi per cui molti brand hanno un impatto negativo sull’ambiente è il fatto che la loro filiera è troppo complessa, così come il fatto che ci sia la tendenza a sovraprodurre. In questo momento storico, le persone vanno educate ad una nuova coscienza: dovremmo tutti avere consapevolezza di ciò che stiamo comprando, informandoci su dove e da chi viene prodotto uno specifico pezzo di abbigliamento.”

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@garbagecore

Atelier Florania, collettivo di guerilla designers, è un brand indipendente 100% sostenibile con la mente creativa di Flora Angela. Il progetto attinge dalle teorie cyborg e femministe, dall’estetica post punk e da tutto lo spettro delle arti applicate per tracciare un ritratto contemporaneo e ottimista di un futuro della moda inclusivo, attento e sostenibile. 

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@atelierflorania
@atelierflorania

Le calzature disegnate da Ancuta Sarca, designer rumena ma londinese d’adozione, diventarono virali grazie alla slingback sneakersper. Ha deciso di riciclarle, idealizzando dei veri e propri ibridi, costituiti da una punta in stile anni ’90, la parte centrale sportiva, il tacco midi (5 cm massimo) e un laccetto dietro al tallone.  

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