09 Dicembre 2025

  • Editoria

di Andrea Montanaro

Dalle strade alle passerelle: origini e sviluppo dello streetwear

La parola “streetwear” oggi è ampiamente utilizzata ma solo in pochi ne conoscono il vero significato e le origini del movimento.

«La strada è al tempo stesso il palcoscenico su cui si svolge il dramma della vita contemporanea e la metafora fondamentale di tutto ciò che oggi è ritenuto reale e rilevante nel nostro mondo» — affermava Ted Polhemus, sociologo e antropologo culturale britannico.

Tutto parte in California: A cavallo tra gli anni 70 ed 80, un giovane Shawn Stussy aggiunge alla sua linea di tavole da surf una serie di t-shirt stampate con la sua firma. Stussy diventa un brand riconosciuto, la produzione passa da poche decine a centinaia di magliette in pochissimo tempo e si espande fino ad arrivare a New York, già allora centro nevralgico della cultura di strada.

Le t-shirt Stussy approdano nella Grande Mela grazie ad Union, retailer attento alla cultura skate e di strada che vede tra i suoi fondatori James Jebbia e che, a distanza di circa 40 anni, diventerà brand di riferimento per gli appassionati grazie alle innumerevoli collaborazioni con Jordan Brand.

Shawn Stussy
Stussy Campaign by Tyrone Lebon, F/W 2015

Gli anni ‘90 rappresentano il primo periodo d’oro dello streetwear. Michael Jordan incanta il parquet indossando le sue scarpe, i Run DMC al picco della loro carriera influenzano il modo di vestire dei loro fan e, sia in America sia fuori, troviamo nuovi brand che impongono il loro dominio. 

James Jebbia abbandona Union, si sposta su Lafayette street e nel 1994 fonda Supreme, brand che diventerà sinonimo di streetwear negli anni a venire. Dal Giappone Nigo travolge il mercato con BAPE portando oltreoceano non solo un’estetica fortemente legata alle tendenze del quartiere Harajuku di Tokyo ma anche un nuovo modo di interpretare il rilascio dei prodotti stessi. 

James Jebbia. New York, 1994
Nigo

Più che un semplice movimento lo streetwear diventa uno strumento identitario. Dietro l’abbigliamento contraddistinto da tagli over, stampe a vista, sneakers e cappelli c’è un’idea condivisa che lega musica hip hop, basket, graffiti ed altre sottoculture che trovano finalmente un codice estetico che scavalca i confini nazionali e diventa riconosciuto su scala globale.

Nello stesso periodo anche Internet attraversa una grande crescita. Nei primi anni 2000 emergono le prime piattaforme interamente dedicate allo streetwear. Nel 2005 David Fischer dà vita ad Higsnobiety, blog verticale sulla cultura streetwear che rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati ancora oggi. A seguire troviamo Hypebeast, piattaforma che si specializza nel racconto della cultura sneakers e dell’hype. Lo streetwear passa ufficialmente da movimento di nicchia a fenomeno culturale di scala globale, con la sua economia, le sue dinamiche ed i suoi tratti distintivi che diventano sempre più evidenti.

Marc Jacobs, Creative Director

L’estetica streetwear continua la sua ascesa e cattura finalmente l’attenzione del mondo dell’alta moda. Già dal 1995 Raf Simons con il suo omonimo brand sceglie di raccontare la youth culture e lo fa facendola incontrare con dei tagli sartoriali tipici dell’alta moda. Marc Jacobs omaggia la cultura di strada a più riprese, sia tramite collaborazioni, sia con linee del suo brand interamente ispirate alla strada.

Raf Simons, F/W 1995

Durante il suo periodo al timone di Givenchy anche Riccardo Tisci omaggerà la strada mescolando un’estetica dark-urbana, grafiche forti, riferimenti street e clubbing, trasportandone i codici in una maison tradizionale ed assottigliando sempre di più la linea immaginaria che separa il lusso dalla strada.

Uno degli esempi lampanti di rapporto tra alta moda e streetwear è sicuramente la collaborazione tra Supreme e Louis Vuitton nel 2017. La maison francese si affianca al marchio di James Jebbia e solidifica definitivamente lo streetwear tra le correnti di moda che parlano ad un pubblico del lusso più giovane.

Givenchy by Riccardo Tisci
Supreme x Louis Vuitton

 Nello stesso anno Virgil Abloh e Nike rilasciano le “The Ten”, collaborazione diventata subito iconica che ha scosso per sempre il modo di percepire il prodotto streetwear. Anche Demna Gvasalia, alla guida sia di Vetements sia di Balenciaga, ha dato il suo contributo per permettere allo streetwear di entrare con forza in passerella e ridefinire il concetto di lusso. 

Vetements by Demna Gvasalia

Nell’ultimo periodo si parla tanto di “morte” dello streetwear ma è bene specificare che, così come per le altre correnti stilistiche, anche lo streetwear si è evoluto accogliendo nuovi protagonisti: se da un lato Clint419 e Corteiz “resistono” con metodi più tradizionali fatti di drop, liste d’attesa e scarcity, dall’altro lato emergono figure come quella di Teddy Santis che con Aimé Leon Dore parla ad un pubblico diverso ma che vede ancora nella strada il proprio elemento identitario. 

Aimé Leon Dore

Lo streetwear perciò non è morto, piuttosto è cambiato e per fare ciò ha dovuto abbandonare alcune sue caratteristiche proprie di quelle sottoculture in fase di sviluppo in favore di tratti che lo avvicinano sempre di più ad una corrente di moda che conserva la sua identità ribelle e la mette a disposizione di un pubblico ben più ampio di quello che aveva nel periodo direttamente successivo alla sua formazione. 

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09 Dicembre 2025

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